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Stefano Arienti

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Nato ad Asola, in provincia di Mantova, nel 1961. Laureato in agraria, si avvicina all’arte sotto la guida di Corrado Levi ed esordisce a metà degli anni Ottanta alla Brown Boveri (una ex-fabbrica utilizzata come luogo d’incontro e sperimentazione da molti giovani artisti) a Milano, dove oggi vive e lavora.

Tra le numerose mostre alle quali ha partecipato, si possono citare la Biennale di Venezia (Aperto 1990, 1993); Biennale di Istanbul (1992); Cocido y Crudo, Museo Reina Sofia, Madrid (1994); XII Quadriennale di Roma, 1996 (primo premio); Fatto in Italia, Centre d’Art Contemporain, Ginevra; ICA, Londra (1997); Biennale di Gwangju (2008).

Tra le personali più recenti: MAXXI, Roma (2004); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2005); Isabella Stewart Gardner Museum, Boston (2007); Fondazione Querini Stampalia, Venezia (2008); MAMbo (con Cesare Pietroiusti, 2008); Palazzo Ducale, Mantova (2009); Museion, Bolzano (con Massimo Bartolini, 2011).

 

INTERVISTA DI STEFANO ARIENTI

 

Il 9 novembre, rispettivamente al Museo del Bargello di Firenze e alla Cantina Antinori nel Chianti Classico (Bargino), si potranno ammirare i due interventi dell’artista Stefano Arienti, in relazione al capolavoro di Giovanni Della Robbia: la lunetta raffigurante “La resurrezione di Cristo” realizzata agli inizi del XVI secolo, su commissione di Nicolò Tommaso Antinori.
Nell’ambito di Antinori Art Project – a cura di Ilaria Bonacossa – l’artista di Asola, rilegge l’importante opera d’arte, oggi proprietà del Museo di Brooklyn, ma che torna a essere presentata al pubblico, dopo 500 anni, al Museo Nazionale del Bargello fino all’8 aprile 2018 a seguito di un importante restauro sostenuto negli Stati Uniti dalla famiglia Antinori.
Al Bargello, in una sala adiacente a quella della “La resurrezione di Cristo”, Arienti ha elaborato l’installazione “Scena Fissa”, dove i personaggi della lunetta sembrano muoversi in un teatro-giardino, come ci racconta l’artista nell’intervista che segue. Alla cantina Antinori, invece, è presentata una nuova installazione site-specific , “Altorilievo”: opera che entrerà a far parte della collezione di famiglia, attualizzando e rendendo visibile il forte legame con la storia e la tradizione mecenatistica. “Altorilievo”, nata per la Vinsataia della cantina, si articola come la scomposizione di un alto-rilievo scultoreo, in cui le figure della lunetta, rese monocrome, sono presentate nelle 46 campiture strutturali del capolavoro di della Robbia, in una rinnovata distribuzione spaziale delle figure.

 

Segue l’intervista con Stefano Arienti —

 

Mi racconti come hai elaborato le prime idee in relazione all’importante lunetta raffigurante “La resurrezione di Cristo” realizzata agli inizi del XVI secolo da Giovanni Della Robbia?

Stefano Arienti: Il primo approccio con quest’opera di Giovanni Della Robbia è avvenuto tramite immagini fotografiche, neanche così perfette. Si vedeva un’opera coloratissima, molto pittorica e affollatissima di personaggi, che non aveva niente da invidiare a molte immagini contemporaneee o pop spesso sovraccariche di figure e colore. Ma ho avuto anche la fortuna di poterla vedere dal vero al Brooklyn Museum, dove mi hanno gentilmente permesso di osservarla da molto vicino. E’ un’ opera composta da molte parti diverse che si incastrano assieme, così ho pensato che sarebbe stato interessante disarticolarla per poter ricostruire combinazioni differenti dei pezzi. Inoltre per differenziarmi dalla fattura rinascimentale con tutto il suo colore seducente ho provato a ridurre tutto ad un disegno monocromo, che provasse ad arrivare fino alle prime intuizioni di studio delle figure dell’autore.

In questa occasione proponi due progetti – “Scena Fissa” per il Museo Nazionale del Bargello e “Altorilievo” per la Cantina Antinori nel Chianti Classico – distinti ma in stretta relazione. Mi racconti i nessi tra i due progetti?

SA: Tutte e due le opere sono lo sviluppo divergente dello stesso materiale: le porzioni modellate che compongono la lunetta, una scena della resurrezione molto agitata dove solo il donatore Antinori ed un soldato addormentato, sono immobili.
“Scena Fissa” trasporta i personaggi che si accalcano nella lunetta in uno spazio più ampio, una specie di teatro-giardino dove possiamo muoverci a piacere a guardare fin dietro alle figure, e in qualche modo rispetta abbastanza la disposizione dei personaggi. Mentre “Altorilievo”, se nei fatti utilizza esattamente gli stessi disegni, in realtà li trasforma in pezzi tridimensionali distaccati, dove possiamo inventarci una relazione fra le parti. Questa seconda opera sta a parete invece che costruire un ambiente, e dovrebbe richiamare di più un insieme di frammenti archeologici che la descrizione di una scena.

Cosa intendi quando dici che bisogna entrare nelle immagini per “farle vivere diversamente, rendendole indipendenti dal passato ma anche da noi stessi”?

SA: Mi piace che le opere d’arte raggiungano una loro autonomia, frutto di una sana relazione col proprio pubblico più che con le intenzioni dell’autore. Da artista contemporaneo mi prendo il piacere di mostrare un modo possibile di relazione con opere del passato, un esempio di come riguardarle o permettere che abbiano una vita parallela nel presente, reincarnandosi fuori dalla loro teca di museo.

Per sviluppare le opere, sei partito proprio dallo studio del risultato del restauro della Lunetta. Cosa ti ha attratto del processo restaurativo?

SA: Guardando dal vero la lunetta a prima vista si è sopraffatti dal colore, dalla materia e dal movimento, dalla grande densità pittorica dell’insieme; poi si cominciano a distinguere nettamente le singole parti, che hanno anche proporzioni molto differenti, non pertinenti ad una visione prospettica dell’insieme. Si capisce che c’è un uso espressionistico delle forme che anticipa il grande teatro che si può vedere nei “Sacri monti”. Nel restauro è stata rimossa la matrice gessosa che legava assieme le singole parti, e che alla fine non è stata ripristinata. Proprio questo grande puzzle tridimensionale è la cosa che mi ha colpito di più.

Mi racconti come hai elaborato l’opera “Altorilievo”?

SA: La visita alla cantina di Bargino mi ha molto impressionato, e pensando ad una possibile collocazione di “Altorilievo” subito mi è molto piaciuto il locale della vinsantaia. Ho individuato una parete con profilo particolare frutto di una volta negativa che si abbassa verso il centro della sala, ha proprio l’andamento opposto a quello della lunetta e ne giustifica la dispersione dei frammenti su una superficie maggiore. Lo spazio un po’ oscuro e riflessivo, per fa riposare il vin santo; è perfetto per un’opera che finisce per essere più enigmatica di una semplice scena di carattere religioso. I frammenti sono scollegati e dobbiamo inventarci un paesaggio possibile dove ricollocarli.

Quest’ultima opera è installata negli spazi avveniristici della Cantina Antinori nel Chianti Classico. Quanto ti ha stimolato/condizionato questo ambiente fortemente strutturato? E’ stato complesso confrontarsi con questo spazio?

SA: Nonostante sia partito da una fonte lontana nel tempo con un’iconografia molto definita, il mio è un progetto del presente e mi trovo perfettamente a mio agio in una architettura contemporanea, anzi penso che possa accentuare il carattere del mio intervento. Mi piace la linea futuribile con colori e materie tradizionali, sobrietà ed eccentricità elegantemente assieme.

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